Incontro su cyberbullismo e sexting al Liceo Monti
Il 14 novembre le classi seconde del Liceo hanno partecipato ad un interessante incontro su cyberbullismo e sexting .
Di seguito una testimonianza di Melissa Panico di 2Ac.
Ci sono incontri che non si limitano ad occupare una mattinata, ma che continuano a risuonare anche quando tutto è apparentemente finito. L’incontro del 14 novembre è stato proprio questo: non una semplice attività formativa, ma un momento in cui, noi studenti, siamo come stati messi davanti ad uno specchio, costretti a guardare la realtà, dritta negli occhi. È nato come un dialogo tra adulti e adolescenti, ma si è trasformato presto in un confronto tra ciò che crediamo di sapere dei social e ciò che i social diventano davvero quando vengono usati in modo irresponsabile. A guidarci sono stati due psicologi di un’organizzazione che lavora ogni giorno per proteggere i ragazzi dai rischi del digitale e per accompagnarli verso un uso più consapevole della rete. Non si sono presentati come esperti in cattedra, ma come persone che ascoltano storie, incontrano fragilità, vedono errori e cercano di trasformarli in strumenti per aiutare il prossimo. Con un linguaggio semplice ma diretto, ci hanno mostrato quali piattaforme creano maggiore dipendenza: quelle costruite sullo scorrimento infinito, rapido, quasi ipnotico, di contenuti. TikTok, Instagram, Snapchat: luoghi in cui l’attenzione viene catturata, e poi, consumata. In seguito hanno dato forma a due parole che sentiamo spesso senza comprenderle fino in fondo. Body shaming, cioè ridurre qualcuno a un difetto del suo corpo e riderne, e Grooming, quella manipolazione lenta e silenziosa con cui un adulto conquista la fiducia di un minorenne per poi sfruttarlo. Le loro spiegazioni non avevano il tono del giudizio, ma neppure la distanza di una semplice definizione: erano concetti radicati nell’esperienza. In seguito abbiamo visto dei video: il primo raccontava la storia di una ragazza che aveva inviato una foto privata al suo fidanzato. Un gesto di pura fiducia. Ma poi la foto comincia a circolare ovunque. È così, i compagni di scuola incominciarono a scriverle insulti di ogni tipo, nonostante fosse lei la vittima. Guardarla mentre camminava a scuola, coperta da quelle parole, era come vedere il peso reale di ciò che spesso liquidiamo come “sono solo commenti”. Il secondo filmato, dedicato a Carolina Picchio, aveva invece un tono diverso: Carolina raccontava ciò che avrebbe detto e fatto se fosse ancora viva, e la calma con cui lo faceva feriva più di qualsiasi urlo. Parlava del video diffuso senza il suo consenso, del giudizio implacabile degli altri, del sentirsi osservata e condannata. Il silenzio nella stanza, mentre ascoltavamo, era qualcosa di fisico. Sembrava che tutti trattenessero il fiato davanti alla verità che più ci spaventa: la violenza digitale può togliere la terra da sotto i piedi. In seguito ci fu la seconda parte dell’incontro, che si è aperta con un video tratto da una canzone di Moby. Le immagini mostravano persone immerse nei loro telefoni, come intrappolate in un mondo parallelo. C’era una coppia seduta insieme ma come separata da uno schermo, un bambino che cercava l’attenzione degli adulti troppo distratti. Da qui i relatori ci hanno introdotto alcuni concetti chiave per comprendere il mondo digitale. La web reputation, l’immagine che costruiamo online senza rendercene conto. L’effetto spettatore, che ci immobilizza proprio quando dovremmo intervenire, e la diffusione della responsabilità, che ci illude che un piccolo gesto di aiuto non serva a nulla, perché ci sarà qualcun altro che interverrà. La desensibilizzazione, che normalizza ciò che non dovrebbe esserlo. La dissociazione digitale, che ci convince che ciò che accade online non abbia un peso reale. Raccontati attraverso esempi e immagini, questi concetti diventavano improvvisamente riconoscibili, vicini. E così si è poi arrivati al tema della viralizzazione della violenza: perché i contenuti più crudeli sono spesso i più condivisi. A volte per superficialità, altre per noia, curiosità. Ma ogni condivisione è un atto, e ogni atto distrugge qualcosa nella vita di qualcuno. Le conseguenze non svaniscono: un insulto, un video, un’umiliazione possono accompagnare una persona per anni, se non per sempre. Uscendo dall’aula, sembrava che l’incontro continuasse a vibrare nell’aria, come una conversazione rimasta aperta. Ciò ci ha dimostrato quanto il digitale sia intrecciato alle nostre vite, perché ciò che facciamo online non è un’illusione: è realtà. E la realtà, anche quando passa attraverso uno schermo, ha bisogno di attenzione e consapevolezza.
Immagine di copertina e qui tratta da: video musicale della canzone "Are You Lost in the World Like Me?" di Moby & The Void Pacific Choir, pubblicato nel 2016

